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1 de janeiro de 2011

«Basta de Missa Criativa. Na igreja, silêncio e oração»


Colo na íntegra entrevista do Cardeal Antonio Cañizares ao Il Giornale (via Rinascimento Sacro):
Il Prefetto del culto divino, Canizares, spiega il rinnovamento voluto dal Papa: “Nella liturgia più spazio all’adorazione e musica adeguata”. “La riforma del Vaticano II è stata applicata troppo in fretta”.
La liturgia cattolica vive «una certa crisi» e Benedetto XVI vuole dar vita a un nuovo movimento liturgico, che ripor­ti più sacralità e silenzio nella messa, e più attenzione alla bel­lezza nel canto, nella musica e nell’arte sacra.Il cardinale Anto­nio Cañizares Llovera, 65 anni, Prefetto della Congregazione del culto divino, che quando era vescovo in Spagna veniva chia­mato «il piccolo Ratzinger», è l’uomo al quale il Papa ha affida­to questo compito. In questa in­tervista al Giornale , il «mini­stro » della liturgia di Benedetto XVI rivela e spiega programmi e progetti.
Da cardinale, Joseph Ratzin­ger aveva lamentato una cer­ta fretta nella riforma liturgi­ca postconciliare. Qual è il suo giudizio?
«La riforma liturgica è stata re­alizzata con molta fretta. C’era­no ottime intenzioni e il deside­rio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione. Non si è dato tempo e spazio suf­ficiente per accogliere e interio­rizzare gli insegnamenti del Concilio, di colpo si è cambiato il modo di celebrare. Ricordo be­ne la mentalità allora diffusa: bi­sognava cambiare, creare qual­cosa di nuovo. Quello che aveva­mo ricevuto, la tradizione, era vi­sta come un ostacolo. La rifor­ma è stata intesa come opera umana, molti pensavano che la Chiesa fosse opera delle nostre mani, invece che di Dio. Il rinno­vamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e del­la creatività, la parola magica di allora».
Da cardinale Ratzinger ave­va auspicato una «riforma della riforma» liturgica, paro­le oggi impronunciabili persi­no in Vaticano. Appare però evidente che Benedetto XVI la desideri. Può parlarcene?
«Non so se si possa, o se con­venga, parlare di “riforma della riforma”. Quello che vedo asso­lutamente necessario e urgen­te, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chia­ro e vigoroso movimento liturgi­co in tutta la Chiesa. Perché, co­me­spiega Benedetto XVI nel pri­mo volume della sua Opera Om­nia , nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Cristo è presente nella Chiesa attraverso i sacra­menti. Dio è il soggetto della li­turgia, non noi. La liturgia non è un’azione dell’uomo,ma è azio­ne di Dio».
Il Papa più che con le decisio­ni calate dall’alto, parla con l’esempio: come leggere i cambiamenti da lui introdot­ti nelle celebrazioni papali?
«Innanzitutto non deve esser­ci alcun dubbio sulla bontà del rinnovamento liturgico conci­liare, che ha portato grandi be­nefici nella vita della Chiesa, co­me la partecipazione più co­sciente e attiva dei fedeli e la pre­senza arricchita della Sacra Scrittura. Ma oltre a questi e altri benefici, non sono mancate del­le ombre, emerse negli anni suc­cessivi al Vaticano II: la liturgia, questo è un fatto, è stata “ferita” da deformazioni arbitrarie, pro­vocate anche dalla secolarizza­zione che purtroppo colpisce pure all’interno della Chiesa. Di conseguenza, in tante celebra­zioni, non si pone più al centro Dio,ma l’uomo e il suo protago­nismo, la sua azione creativa, il ruolo principale dato all’assem­blea. Il rinnovamento concilia­re è stato inteso come una rottu­ra e non come sviluppo organi­co della tradizione. Dobbiamo ravvivare lo spirito della liturgia e per questo sono significativi i gesti introdotti nelle liturgie del Papa: l’orientamento dell’azio­ne liturgica, la croce al centro dell’altare, la comunione in gi­nocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio, la bellezza nell’arte sacra.È anche necessa­ri­o e urgente promuovere l’ado­razione eucaristica: di fronte al­la presenza reale del Signore non si può che stare in adorazio­ne ».
Quando si parla di un recupe­ro della dimensione del sa­cro c’è sempre chi presenta tutto questo come un sempli­ce ritorno al passato, frutto di nostalgia. Come rispon­de?
«La perdita del senso del sa­cro, del Mistero, di Dio, è una delle perdite più gravi di conse­guenze per un vero umanesi­mo. Chi pensa che ravvivare, re­cuperare e rafforzare lo spirito della liturgia, e la verità della ce­lebrazione, sia un semplice ritor­no a un passato superato, igno­ra la verità delle cose. Porre la li­turgia al centro della vita della Chiesa non è affatto nostalgico, ma al contrario è la garanzia di essere in cammino verso il futu­ro ».
Come giudica lo stato della li­turgia cattolica nel mondo?
«Di fronte al rischio della routi­ne, di fronte ad alcune confusio­ni, alla povertà e alla banalità del canto e della musica sacra, si può dire che vi sia una certa cri­si. Per questo è urgente un nuo­vo movimento liturgico. Bene­detto XVI indicando l’esempio di san Francesco d’Assisi, molto devoto al Santissimo Sacramen­to, ha spiegato che il vero rifor­matore è qualcuno che obbedi­sce alla fede: non si muove in modo arbitrario e non si arroga alcuna discrezionalità sul rito. Non è il padrone ma il custode del tesoro istituito dal Signore e consegnato a noi. Il Papa chiede dunque alla nostra Congrega­zione di promuovere un rinno­vamento conforme al Vaticano II, in sintonia con la tradizione liturgica della Chiesa, senza di­menticare la norma conciliare che prescrive di non introdurre innovazioni se non quando lo ri­ch­ieda una vera e accertata utili­tà per la Chiesa, con l’avverten­za che le nuove forme, in ogni caso, devono scaturire organica­mente da quelle già esistenti».
Che cosa intendete fare co­me Congregazione?
«Dobbiamo considerare il rin­novamento liturgico secondo l’ermeneutica della continuità nella riforma indicata da Bene­detto XVI per leggere il Concilio. E per far questo bisogna supera­re la tendenza a “congelare” lo stato attuale della riforma po­stconciliare, in un modo che non rende giustizia allo svilup­po organico della liturgia della Chiesa. Stiamo tentando di por­tare avanti un grande impegno nella formazione di sacerdoti, seminaristi, consacrati e fedeli laici, per favorire la comprensio­ne del ver­o significato delle cele­brazioni della Chiesa. Ciò richie­de un’adeguata e ampia istruzio­ne, vigilanza e fedeltà nei riti e un’autentica educazione per vi­verli pienamente. Questo impe­gn­o sarà accompagnato dalla re­visione e dall’aggiornamento dei testi introduttivi alle diverse celebrazioni ( prenotanda ). Sia­mo anche coscienti che dare im­pulso a questo movimento non sarà possibile senza un rinnova­mento della pastorale dell’ini­ziazione cristiana».
Una prospettiva che andreb­be applicata anche all’arte e alla musica…
«Il nuovo movimento liturgi­co dovrà far scoprire la bellezza della liturgia. Perciò apriremo una nuova sezione della nostra Congregazione dedicata ad “Ar­te e musica sacra” al servizio del­la liturgia. Ciò ci porterà a offrire quanto prima criteri e orienta­menti per l’arte, il canto e la mu­sica sacri. Come pure pensiamo di offrire prima possibile criteri e orientamenti per la predicazio­ne ».
Nelle chiese spariscono gli in­ginocchiatoi, la messa talvol­ta è ancora uno spazio aperto alla creatività, si tagliano per­sino le parti più sacre del ca­none: come invertire questa tendenza?
«La vigilanza della Chiesa è fondamentale e non deve esse­re considerata come qualcosa di inquisitorio o repressivo, ma un servizio. In ogni caso dobbia­mo rendere tutti coscienti del­l’esigenza, non solo dei diritti dei fedeli, ma anche del “diritto di Dio”». Esiste anche il rischio oppo­sto, cioè quello di credere che la sacralità della liturgia dipenda dalla ricchezza dei paramenti: una posizione frutto di estetismo che sem­bra ignorare il cuore della li­turgia… «La bellezza è fondamentale, ma è qualcosa di ben diverso da un’estetismo vuoto, formalista e sterile, nel quale invece talvol­ta si cade. Esiste il rischio di cre­dere che la bellezza e la sacralità del liturgia dipendano dalla ric­chezza o dall’antichità dei para­menti. Ci vuole una buona for­mazione e una buona catechesi basata sul Catechismo della Chiesa cattolica, evitando an­che il rischio opposto, quello della banalizzazione, e agendo con decisione ed energia quan­do si ricorre a usanze che hanno avuto il loro senso nel passato ma oggi non ce l’hanno o non aiutano in alcun modo la verità della celebrazione».
Può dare qualche indicazio­ne concreta su che cosa po­trebbe cambiare nella litur­gia?
«Più che pensare a cambia­menti, dobbiamo impegnarci nel ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico, se­guendo l’insegnamento di Bene­detto XVI, e ravvivare il senso del sacro e del Mistero, metten­do Dio al centro di tutto. Dobbia­mo dare impulso all’adorazio­ne eucaristica, rinnovare e mi­gliorare il canto liturgico, colti­vare il silenzio, dare più spazio alla meditazione. Da questo sca­turiranno i cambiamenti…».
Il Giornale.it, 24/12/2010
Cardeal Cañizares Llovera, com a Capa Magna

Nota: os leitores menos à vontade com a língua italiana podem socorrer-se da tradução para o português do Salvem a Liturgia, que opto por não publicar por me parecer de fraca qualidade.

13 de setembro de 2010

Comunhão de joelhos

O papa Bento XVI tem vindo a desenvolver um consistente magistério litúrgico, sobretudo por força do seu próprio exemplo, pela forma como celebra: uso do latim no Prefácio e no Canon, administração da Sagrada Comunhão aos fiéis ajoelhados, recuperando antigas tradições.

A este propósito, leia-se esta entrada do blogue de Sandro Magister, o qual remete para um texto publicado no Osservatore Romano da autoria de Marco Agostini, Mestre de Cerimónias pontifício, sobre pavimentos de igrejas e a genuflexão, com cujos últimos parágrafos

«Perché la comunione in ginocchio
Benedetto XVI la vuole così, nelle messe da lui celebrate. Ma pochissimi vescovi e sacerdoti lo imitano. Eppure i pavimenti delle chiese erano resi preziosi anche per questo. Una guida alla scoperta del loro significato

di Sandro Magister

(...) Oggi l'inginocchiarsi – specie sul nudo pavimento – è caduto in desuetudine. Tant'è vero che suscita stupore la volontà di Benedetto XVI di dare la comunione ai fedeli in bocca e in ginocchio.

Questa della comunione in ginocchio è una delle novità che papa Joseph Ratzinger ha introdotto quando celebra l'eucaristia.

Ma più che di novità si tratta di ritorni alla tradizione. Le altre sono il crocifisso al centro dell'altare, "perché tutti nella messa guardiamo verso Cristo e non gli universo gli altri", e l'uso frequente del latino "per sottolineare l'universalità della fede e la continuità della Chiesa".

In un'intervista al settimanale inglese "Catholic Herald", il maestro delle cerimonie pontificie Guido Marini ha confermato che anche nelle messe del suo prossimo viaggio nel Regno Unito il papa si atterrà a questo suo stile di celebrazione.

In particolare, Marini ha annunciato che Benedetto XVI pronuncerà interamente in latino il prefazio e il canone, mentre per gli altri testi della messa adotterà la nuova traduzione inglese che entrerà in uso in tutto il mondo anglofono la prima domenica di Avvento del 2011: questo perché la nuova traduzione "è più aderente all'originale latino e di stile più elevato" rispetto a quelle correnti.

L'attrazione che ha esercitato la Chiesa di Roma su molti convertiti illustri inglesi dell'Ottocento e del primo Novecento – da Newman a Chesterton a Benson – era anche l'universalismo della liturgia latina. Un'attrazione per una fede solida e antica che oggi muove numerose comunità anglicane a chiedere di entrare nel cattolicesimo.

La "riforma della riforma" attribuita a papa Ratzinger in campo liturgico avviene anche così: semplicemente con l'esempio dato da lui quando celebra.

Ma tra i gesti esemplari di Benedetto XVI il meno compreso – sinora – è forse quello della comunione data ai fedeli inginocchiati.

Nelle chiese di tutto il mondo non lo si fa quasi più. Anche perché le balaustre alle quali ci si inginocchiava per ricevere la comunione sono state quasi dappertutto
disertate o smantellate.
(...)»

INGINOCCHIATOI DI PIETRA

di Marco Agostini

(...) I pavimenti delle chiese, lontani dall'essere ostentazione di lusso, oltre a costituire il piano di calpestio avevano anche altre funzioni. Sicuramente non erano fatti per essere coperti dai banchi, questi ultimi introdotti in età relativamente recente allorquando si pensò di disporre le navate delle chiese all'ascolto comodo di lunghi sermoni. I pavimenti delle chiese dovevano essere ben visibili: conservano nelle figurazioni, negli intrecci geometrici, nella simbologia dei colori la mistagogia cristiana, le direzioni processionali della liturgia. Sono un monumento al fondamento, alle radici.

Questi pavimenti sono principalmente per coloro che la liturgia la vivono e in essa si muovono, sono per coloro che si inginocchiano innanzi all'epifania di Cristo. L'inginocchiarsi è la risposta all'epifania donata per grazia a una singola persona. Colui che è colpito dal bagliore della visione si prostra a terra e da lì vede più di tutti quelli che gli sono rimasti attorno in piedi. Costoro, adorando, o riconoscendosi peccatori, vedono riflessi nelle pietre preziose, nelle tessere d'oro di cui talvolta sono composti i pavimenti antichi, la luce del mistero che rifulge dall'altare e la grandezza della misericordia divina.

Pensare che quei pavimenti così belli sono fatti per le ginocchia dei fedeli è commovente: un tappeto di pietra perenne per la preghiera cristiana, per l'umiltà; un tappeto per ricchi e poveri indistintamente, un tappeto per farisei e pubblicani, ma che soprattutto questi ultimi sanno apprezzare.

Oggi gli inginocchiatoi sono scomparsi da molte chiese e si tende a rimuovere le balaustre alle quali ci si poteva accostare alla comunione in ginocchio. Eppure nel Nuovo Testamento il gesto dell'inginocchiarsi si presenta ogni qualvolta a un uomo appare la divinità di Cristo: si pensi ai Magi, al cieco nato, all'unzione di Betania, alla Maddalena nel giardino il mattino di Pasqua.

Gesù stesso disse a Satana, che gli voleva imporre una genuflessione sbagliata, che solo a Dio si devono piegare le ginocchia. Satana sollecita ancora oggi a scegliere tra Dio o il potere, Dio o la ricchezza, e tenta ancora più in profondità. Ma così non si renderà gloria a Dio per nulla; le ginocchia si piegheranno a coloro che il potere l'hanno favorito, a coloro ai quali si è legato il cuore attraverso un atto.

Buon esercizio di allenamento per vincere l'idolatria nella vita è tornare a inginocchiarsi nella messa, peraltro uno dei modi di "actuosa participatio" di cui parla l'ultimo Concilio. La pratica è utile anche per accorgersi della bellezza dei pavimenti (almeno di quelli antichi) delle nostre chiese. Davanti ad alcuni verrebbe da togliersile scarpe come fece Mosè davanti a Dio che gli parlava dal roveto ardente.

11 de agosto de 2010

Revalorização do patriómio musical da Igreja

Música Litúrgica: um património a revalorizar para substituir o lixo músico-poético que polui as nossa igreja e infecta a vivência da Fé.
A mais recente entrada de uma série do blogue Salvem a Liturgia.

6 de agosto de 2010

O véu

Serve esta entrada para dar início à minha colaboração neste blogue - a qual, à imagem da presente entrada, será mais cultural do que teológica - e para adicionar à lista de blogues o The Chant Café, blogue onde se fala de música sacra, de latim e de tradição.
Faço-o com o excerto de um texto que fala sobre as partes da Santa Missa, este, concretamente, sobre o Ofertório e a Comunhão Eucarística:
«(...) The chalice in which the LORD’s Precious Blood will become present is placed on the altar under a veil. There are many veils in the church, and all of them have the same symbolism. A veil partially or completely covers something, pointing to the fact that what is beneath it is a mystery not entirely accessible to man. Thus, much of what has to do with the sacrifice is veiled. The chalice is veiled. The tabernacle where the Blessed Sacrament is veiled, like the tabernacle of old. Inside the tabernacle are to be found veils, which symbolise the veil separating the Holy of Holies from the rest of the temple. The ciborium which contains the Sacred Host has a veil on it after the hosts inside are consecrated.

(...)

The altar itself is often veiled with an antependium, a covering over the whole altar. In the Middle Ages a large veil called the hunger veil hid the entire sanctuary from the people at Mass during Lent, to highlight the separation of man from God by sin. In the East, an iconostasis, a large wall covered with holy images, blocks the view of the people so that they may not gaze on the mysteries and have contempt for them. In the West, rood screens and grilles are often seen in churches to underscore that God and the things of God are sacred, removed from the profane, wholly other. The language of Latin also serves as a veil; the words which are used in sacred worship are different than ordinary words, consecrated for divine use to emphasize that the actions that are taking place now are truly from another world.
(...)»